Lo ammettiamo, in questo ciclismo non ci capiamo più nulla.
Quello che è successo nella tappa del Tour con l’arrivo a Spa ci ha lasciato allibiti e non abbiamo proprio compreso la decisione dei corridori di non darsi battaglia e, soprattutto, di non inseguire il fuggitivo Chavanel e di non disputare lo sprint sul traguardo.
Ricapitoliamo i fatti. Ad una trentina di chilometri dal traguardo, dopo aver passato lo striscione del GPM sullo Stockeu, il gruppo si lancia in discesa. In pratica viene fatta al contrario la vera salita dello Stockeu, quella che si affronta alla Liegi, con pendenze piuttosto ardue e che i corridori conoscono molto bene. Piove a dirotto e così la strada diventa quasi impraticabile. Un centinaio di corridori finiscono a terra, una caduta dietro l’altra con il coinvolgimento anche di alcune moto. Il gruppo si spezza in più tronconi, fra gli acciaccati ci sono diversi big fra cui Armstrong, Contador, Kreuziger, Gesink, Wiggins, i fratelli Schleck. Davanti si trovano Chavanel e Roelandts con Monfort che insegue, mentre Gavazzi è caduto e ha perso contatto. Alle loro spalle c’è un gruppetto di una ventina di corridori fra cui la maglia gialla Cancellara, Menchov, Freire, Hushovd e Tony Martin. Dopo aver compreso che molti big sono in ritardo per le cadute, il gruppetto si rialza e aspetta. Così rientra un primo gruppo con Armstrong, Contador, Wiggins, Kreuziger, Gesink, Basso e Sastre e poi anche un secondo drappello con i fratelli Schleck. A questo punto, rientrati tutti i big, ci si aspetta che Cancellara e soci si lancino all’inseguimento dei fuggitivi per provare a vincere la tappa o, almeno, a difendere la maglia gialla. Invece il gruppo si rialza, procede ad andatura tranquilla e, addirittura, Cancellara affianca la vettura del direttore di corsa Jean Marie Pescheux e chiede la neutralizzazione dello sprint per il secondo posto, ottenendo che non vengano considerati i piazzamenti, ma solo i tempi registrati sul traguardo, e non siano dati punti per la classifica della maglia verde. In pratica, l’unica cosa che vale è la vittoria e la maglia gialla per Sylvain Chavanel.
Ma è possibile tutto questo?
Per prima cosa, se i corridori volevano bloccare tutto dopo le brutte cadute – cosa che potrebbe anche essere accettata – dovevano fermare anche Chavanel attraverso le famose radioline.
In secondo luogo, perché gli stessi corridori invece di protestare lungo la tappa, non si fanno valere quando viene presentato il percorso? Forse non conoscevano lo Stockeu?
Non si può andare avanti così, senza regole.
I ciclisti che si sono fermati per aspettare, sono gli stessi che nella tappa di Montalcino al Giro hanno pensato bene di tirare dritto e alla grande quando a volare a terra sono stati Scarponi e Nibali che per di più era in maglia rosa. Eppure…Perché in questo caso vale il fair play, mentre al Giro e per Nibali non valeva. Continuiamo nella provocazione e aggiungiamo che avremmo voluto vedere lo stop per tutti, se a dover rientrare in gruppo fosse stato Contador, invece che i fratelli Schleck.
Pioggia e cadute fanno parte del gioco e, purtroppo, sono cose che capitano da sempre. Nencini perse un Giro perché si fermò a fare un bisogno fisiologico. Lo stesso Armstrong al Tour quando si affrontò il tragico Passage des Gois e cadde Zulle, suo principale avversario, fece tirare la squadra e gli rifilò sei minuti.
E poi cosa accadrà oggi se piove sul pavè in vista del traguardo di Arenberg: ogni caduta ci si ferma ad aspettarsi? Non siamo ridicoli, sarà lo stesso Cancellara, il grande fautore della rivolta odierna, ad approfittare di ogni situazione. E allora?
Ma mettiamo anche che i ciclisti siano diventati tutti amanti del fair play, per quale motivo quando i big sono rientrati, non si sono messi tutti a tirare per riprendere Chavanel? E perché non hanno disputato lo sprint per il secondo posto, con un’assurda penalizzazione per quei velocisti come Mc Ewen e Hushovd che puntano alla maglia verde ed erano nel primo gruppo, a differenza di altri che si erano subito staccati come Cavendish?
Non riusciamo a capire. Se era per protesta dovevano assolutamente fermare anche Chavanel. Se no per quale altro motivo? Anche in questo caso provochiamo aggiungendo che avremmo voluto vedere come andavano a finire le cose se in fuga non ci fosse stato un francese che corre per una squadra belga in una tappa che arriva a Spa, dopo aver attraversato tutto il Belgio.
Non ci siamo, così il ciclismo continua a precipitare sul fondo.
Pensate alle televisioni che pagano per avere i diritti di trasmissione e trasmettono il nulla negli ultimi 20 km. Pensate ai tifosi sulle strade, a quanto ha dovuto spendere la città di Spa per avere uno spettacolo che non c’è stato.
Il ciclismo non è uno sport virtuale. Si corre in strada e, purtroppo, tutto può succedere e si deve accettarlo. Quando piove forte le strade sono pericolose, ma non per questo ci si deve fermare, forse che sul Tourmalet non arriveranno perché quel giorno c’è il sole a picco e 40 gradi?
E’ vero che a volte i percorsi sono allucinanti – basti pensare alle strade strette che hanno portato alla volata di ieri – ma i ciclisti devono protestare quando vengono presentati, non durante la tappa, perché a pagare è solo la gente, i tifosi, solo e sempre i tifosi.
Difendiamo sempre i corridori, ma oggi hanno commesso un grave errore e inferto l’ennesimo colpo alla credibilità del ciclismo.